La questione ladina

I Ladini – la Ladinia – è un termine con il quale, con diverse accezioni e caratterizzazioni territoriali, si indica la ragione alpina dolomitica ove è endemica la lingua ladina. Si tratta di una regione a cui oggi non corrisponde alcun ente amministrativo unitario.

Tra le diverse accezioni, risulta più diffusa quella che identifica la regione ladina con la sola porzione di territorio ladinofono che, prima del 1918, apparteneva all’Austria-Ungheria.

Si tratta di un territorio che si sviluppa per circa 1.200km2 e che è occupato interamente dalle Dolomiti. Quasi al suo centro si sviluppa l’imponente Massiccio del Sella, dal quale si diramano le cosiddette Cinque Valli Ladine: la Val di Fassa (“Fascia“), che fa oggi parte della Provincia Autonoma di Trento, la Val Gardena (“Gherdëina“) e la Val Badia (“Gran Ega“) che fanno parte della Provincia Autonoma di Bolzano e il Livinallongo (“Fodom“) e l’Ampezzano (“Anpezo“) che fanno parte della Regione Veneto.

I Comuni sono 18, per una popolazione complessiva di circa 36.600 abitanti.

Cenni storici

Le popolazioni retro romanze, intorno all’anno mille, occupavano un’area molto estesa nelle Alpi centro-orientali; essa andava dalla Svizzera (Canton Ticino e Canton Grigioni) fino alle Alpi Giulie (attuale Slovenia occidentale).

Il ladino, parlato dai gruppi geograficamente più centrali di queste popolazioni, deriva dall’idioma latinizzato parlato dalle popolazioni indigene, di origine celtica e/o retica romana, che a partire dal V secolo ha ricevuto ulteriori apporti latinofoni dalla Rezia, dal Norico e dalla Pannonia a causa delle emigrazioni dovute alle invasioni dei Bavari e dei Rugi germanici, degli Avari e degli Slavi. Successivamente i parlanti di queste varietà neolatine venivano indicati dai parlanti di lingua tedesca come Welsch (opponendoli a sé stessi e ai Windisch, gli Slavi), mentre essi stessi si autodefinivano latini (da cui il termine dialettale ladin). Il termine si diffuse a partire dal XVIII secolo anche negli ambienti tedeschi (Ladinisch) per designare le popolazioni in via di germanizzazione soggette al Tirolo.

Alla Ladinia, secondo questa accezione, appartengono dunque oggi i soli comuni di lingua ladina della Val di Fassa, della Val Badia, della Val Gardena, di Fodom (Livinallongo e Colle Santa Lucia) e dell’Ampezzano (Cortina d’Ampezzo). Sono, questi, i Comuni ex-asburgici. Essi non vanno confusi con gli altri Comuni bellunesi, storicamente facenti parte della Regione Venetica i quali, secondo una diversa accezione, sono stati considerati ladini e riconosciuti tali dalla legge 482/1999 sulle minoranze linguistiche.

La Ladinia, dunque, come territorio ex-asburgico, prende il nome da quello dei suoi abitanti, i Ladini, popolo montanaro che parla in maggioranza la lingua ladina. Sotto questo profilo, a prescindere dalle ragioni glottologiche, comunque discusse, non è corretto riconoscere come ladina una parlata di un territorio che non sia stato conquistato all’Impero Austro-Ungarico con la fine della Prima Guerra Mondiale. Ladinia, dunque, come storia di sangue e di suolo: l’area di storia e cultura ladina che è stata annessa all’Italia dopo la Grande Guerra.

I Ladini hanno la loro bandiera, a strisce orizzontali celeste, bianca e verde. I colori sono stati scelti per simboleggiare la natura delle Dolomiti: il verde scuro dei prati e dei boschi di abeti, il bianco della neve che copre le Dolomiti e il celeste del cielo. Essa è nata il 5 maggio 1920, quando i rappresentanti delle cinque valli ladine si sono riuniti sul Passo Gardena per protestare contro le decisioni del Trattato di Saint- Germain, il quale non riconosceva al popolo ladino, così come non lo riconosceva alle popolazioni tedesche dell’Alto Adige, il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Si trattava, quello dell’autodeterminazione, di uno dei famosi Quattordici Punti elaborati dall’allora Presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson.

L’annessione all’Italia dei Comuni Ladini come sopra identificati è stata una tragedia che i Ladini, con l’accennata protesta sul Passo Gardena, hanno cercato di contrastare. Ma il peggio doveva ancora venire. Il regime fascista, instauratosi poco dopo, smembrò d’autorità i Ladini, dividendoli fra tre provincie: Belluno, Bolzano e Trento. Esso procedette, similmente che in Alto Adige, ad un’opera di italianizzazione forzata irrispettosa delle peculiarità della storia e della cultura ladina. In questo modo, secoli e secoli di cultura di autogoverno – necessaria alla conservazione dei valori della montagna – iniziava progressivamente a perdersi. La Seconda Guerra Mondiale, preannunciata dalla tragedia delle Opzioni, un’altra ferita alla cultura ladina, aggravò questa situazione perché li assimilò, quanto a trattamento, alla cultura tedesca. Qualche anno dopo anche lo Stato repubblicano, sordo alle istanze del gruppo etnico-linguistico dei Ladini, ha mantenuto ferma la loro scellerata tripartizione. A nulla è valsa la grande manifestazione del 14 luglio 1946, in occasione della quale circa 3.000 Ladini chiesero a gran voce il riconoscimento dei loro diritti storici. I Ladini, definitivamente divisi per tre, non furono nemmeno considerati degni di essere trattati come una minoranza, Una parte di essi venne affidata alla Provincia di Trento, un’altra parte alla Provincia di Bolzano e un’altra parte ancora, alla Regione Veneto-Provincia di Belluno.

Le vicissitudini che hanno coinvolto l’Alto Adige nel dopoguerra hanno progressivamente accentuato la diversità di trattamento dei Ladini. La qualità e lo spessore della loro tutela, significativamente diversa, hanno portato a una progressiva perdita di identità. Quello che più importa, hanno portato ad un forte depauperamento dei valori e delle tradizioni di questo Popolo, con grande nocumento per la tenuta antropica della Montagna.

Oggi

Oggi ai Ladini non è nemmeno garantita la dignità che viene garantita a qualsiasi altra minoranza. Si è mai vista una minoranza che viene tutelata consolidando la sua divisione territoriale, amministrativa e culturale? Le competenze per la tutela della minoranza linguistica dei Ladini, infatti, è allocata, per i rispettivi ambiti, a Venezia, a Bolzano e a Trento. La cultura e la storia dei Ladini, divisi in parti di una parte ancora più grande, sta per perdersi definitivamente. Ancorché l’Italia abbia sottoscritto la Convenzione Quadro per la Protezione delle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europa, in vigore dal 1998, è evidente che quanto ai Ladini poco o nulla è stato fatto. Non certamente ha cambiato le cose la legge nazionale n°482 del 1999, la quale, a fronte di un riconoscimento di principio, ha mantenuto inalterata la divisione dei Ladini. Si può forse affermare, ragionevolmente, che una legge tutela una minoranza quando, limitandosi a erogare qualche contributo per il sostegno alla cultura, ne sancisce la divisione?

Occorre inoltre considerare che la scelta di non riservare la tutela della minoranza ladina allo Stato centrale ma di demandarla ad alcune sue articolazioni amministrative, per di più in forte competizione con i Ladini medesimi, è stata scellerata. La tutela, in questo modo, è stata demandata ai rappresentanti delle aree confinanti i quali, in maniera del tutto simile a quanto accade alle altre minoranze, sono interessati all’indebolimento e non certo al rafforzamento della minoranza ladina. A tutto concedere, sono interessanti al mantenimento dello status quo. Questo è quello che stanno facendo le Provincie Autonome di Trento e di Bolzano nonché la Regione Veneto verso i Ladini. Quanto alla parte della Ladinia oggi bellunese, non vi è chi non vede che la situazione è ancora più grave. La ridefinizione dei confini delle Province del Veneto, infatti, allontanerà ancora di più, se mai vi sono stati, i luoghi e le persone che competenza sulla Questione Ladina.

Sotto le braci di una tranquillità apparente, oggi si scalda il fuoco di una Nuova Questione Ladina. La minoranza Ladina è  compressa da un sentimento filo tedesco che ha trovato in alto Adige, in questi ultimi anni, nuova linfa, da un sostanziale disinteresse – quando non peggio – della Provincia di Trento a considerare la Val di Fassa come Valle Ladina e dalla ignavia delle autorità politiche e amministrative del bellunese verso i Ladini esemplificata dall’esito dei referendum del 2007. In aggiunta a queste considerazioni, valga il rilievo che la Questione Ladina è diventata questione “di vita o di morte”. Non si tratta più, infatti, di questione che attiene alla tutela di una minoranza, ma di questione che attiene alla sopravvivenza di quella minoranza. A tale proposito sembrano positive alcune recenti autorevoli prese di posizione che solo qualche anno fa si sarebbero ritenute soddisfatte dalla protezione offerta loro dal regime di autonomia del quale oggi godono le provincie di Trento e di Bolzano. Da questo punto di vista è evidente che la qualità e la quantità di autonomia speciale delle provincie altoatesine non potrà durare in eterno. Sicuramente inizierà a essere messa in discussione – e già oggi in parte succede – quando le condizioni economiche generali renderanno difficilmente sopportabile una così forte disparità di trattamento dei diritti primari fra la popolazione del Trentino-Alto Adige e quella delle altre Regioni italiane; soprattutto di quelle confinanti.

Il compito della buona politica è quello di determinare i processi, non di rincorrerli. La Questione Ladina va considerata esattamente da questo punto di vista. La politica, oggi, deve considerare che la tutela dei Ladini è la tutela di una minoranza che ha garantito la salvaguardia dell’ambiente montano. Non è infatti per caso che tutti gli indicatori economici e socio ambientali identifichino nell’area dolomitica l’area che ha più elevata qualità della vita a livello Italia. Questa è, in buona sostanza, oggi, il succo della Questione Ladina. Non è una questione che attiene soltanto alla tutela di una minoranza nazionale ma è una questione che riguarda la sopravvivenza di una secolare cultura di abitare la montagna.

E se la Questione Ladina, come ci pare, è una questione politica, essa va appropriatamente affrontata con gli strumenti della politica.

Il Futuro

Quali sono gli strumenti della politica che possono avere l’ambizione di risistemare il piano inclinato sul quale sta scivolando la Questione Ladina?

Innanzitutto occorre partire dalla più urgente necessità: la riunificazione del popolo ladino. Occorre porre fine a una violenza politica, sociale, culturale e storica che il Fascismo ha perpetrato nei confronti dei Ladini e alla quale lo Stato repubblicano non ha saputo porre rimedio. Il punto di partenza è la citata Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione delle minoranze nazionali. Con l’ovvio corollario che occorre considerare incongrua e inefficace – ovviamente quanto ai Ladini – la legge nazionale 482/1999 che ha inteso, a quella Convenzione, dare esecuzione. Quale storia, quale cultura, quale futuro può avere una minoranza smembrata?

Più sopra si è detto che una minoranza o è tutelata dallo Stato centrale – nel nostro caso, e meglio ancora, dall’Europa – oppure non è. Le ragioni e le modalità di tutela di una minoranza, dunque, non devono essere lasciate alla discussione dei “confinanti” perché sono proprio loro, i “confinanti”, che hanno interesse a indebolire la minoranza. Questo vale anche per i Ladini, i quali, e si tratta di circostanza che non bisogna dimenticare, sono minoranza sia rispetto agli italiani sia rispetto ai tedeschi. Per i Ladini non esisterà mai vera tutela se essa viene affidata – su delega dallo Stato – a coloro che verso quella tutela non hanno interesse. E non sarà un temporaneo occasionale vantaggio a modificare la situazione. Questo significa che la Questione Ladina deve essere tolta dalle sabbie mobili ove oggi giace. Interessa la Provincia di Bolzano ma non è questione altoatesina, interessa la Provincia di Trento ma non è questione trentina, interessa il Veneto e il bellunese ma non è questione né veneta né bellunese. La Questione Ladina, in quanto questione che attiene alla protezione di una minoranza nazionale, è questione dello Stato. Due devono dunque essere i protagonisti principali del tavolo ove occorrerà far ripartire la discussione: lo Stato e i Rappresentanti dei Ladini.

Durante gli ultimi anni, il combinato disposto dell’affievolimento del potere e del ruolo degli stati nazionali con il fiorire di un regionalismo sempre più esigente, ha modificato il ruolo e la prospettiva delle minoranze nazionali. Le minoranze sono attaccate dai loro “confinanti” perché ritenute destinatarie di privilegi immotivati e sono attaccate anche dallo Stato, nel senso che, essendosi fortemente indebolito nel corso del Novecento, esso non ha più la forza per garantire questa tutela. Tutto questo significa che solo l’Europa può chiedere agli Stati di fare un passo avanti quanto a tutela delle minoranze. È molto importante, dunque, il cambio di passo: la Questione Ladina o è in primis questione europea oppure da questione di tutela di una minoranza nazionale diventa una mera questione amministrativa. Questo rilievo porta a concludere che, alla stregua della visione tradizionale, la Questione Ladina riguarda la tutela di un passato in via di estinzione, un passato debole aggredito da un passato più forte. Nella visione nuova – europea – la Questione Ladina riguarda il futuro perché riguarda la costruzione dell’Europa. L’Europa del futuro sarà federale. Gli Stati nazionali cederanno una parte della loro sovranità al centro dell’Europa e un’altra parte al territorio, in un contesto di valorizzazione e di tutela delle minoranze nazionali.

Cosa fare, subito, per i Ladini?

–         Avviare il processo di riunificazione dei Ladini del Sella. I Ladini hanno il diritto di autogoverno in tutte le materie che, nel corso della loro storia secolare, hanno dimostrato di saper amministrare.

–         Il nuovo Ente, il quale non potrà che essere una Provincia Autonoma, dovrà essere istituito per legge e avrà la sua protezione giuridica nella citata Convenzione Europea e in una apposita Legge dello Stato Italiano.

–         Gli organismi amministrativi dei territori confinanti con i Ladini non dovranno avere alcuna competenza, né legislativa né amministrativa, in materia di tutela delle minoranze. Tale competenza dovrà essere riservata, per i rispettivi ambiti, allo Stato e agli organismi dell’Unione Europea.

–         I Ladini dovranno veder garantita per legge ampia autonomia quanto alla loro riorganizzazione territoriale. A tale proposito occorrerà porre in essere, in un contesto di proficua collaborazione con lo Stato italiano, tutti gli adempimenti che portano alla riduzione degli Enti comunali. L’obiettivo è quello dell’introduzione di cinque Comuni: Fassa, Badia, Gardena, Fodom e Cortina d’Ampezzo.

–         La Provincia Autonoma Ladina dovrà avere ampia competenze garantite per legge. Il livello di tale garanzia non potrà essere inferiore a quello del quale godono le competenze che oggi sono riservate alle Provincie Autonome di Trento e di Bolzano.

–         Un importante riconoscimento deve riguardare le materie che attengono alla economia turistica le quali, data la rilevanza che oggi riveste questo settore, determinano in modo significativo le questioni che attengono all’ambiente, all’agricoltura, financo alla demografia.

Questo, per sommi capi, è il passato, il presente e il futuro della Questione Ladina. Lo Stato Italiano si trova oggi di fronte a una scelta dirimente, che attiene alla concezione stessa della politica. Deve scegliere se guidare il processo che verrà, innescandovi  germi positivi, oppure lasciare che gli eventi – e gli interessi! – vadano dove vogliono, come sta accadendo adesso.

L’auspicio è quello che politici seri e responsabili, a qualsiasi parte politica appartengano, avendo a cuore la protezione delle minoranze nazionali – e dunque anche della minoranza ladina – sappiano lavorare per il bene comune. La qualità della protezione di una minoranza nazionale, infatti, è indice di qualità di una democrazia. A tale stregua, non vi sarà crescita dell’Italia senza la crescita e la tutela delle sue minoranze.